Forest Swords @Locomotiv Club, Bologna, Oct 6th 2017

 

Tony Allen & Jeff Mills @RomaEuropa Festival, Parco della Musica, Roma

Le cose musicali che mi emozionano di più sono le contaminazioni, e l’incontro fra Tony Allen e Jeff Mills è una contaminazione assai ben riuscita: la fusione fra le drum machine di Jeff Mills e la batteria di Tony Allen funziona molto bene. Il risultato è sicuramente qualcosa di nuovo, a tratti complesso da seguire, ma spesso fluido, facile, immediato e potente. Il livello di improvvisazione è elevato, e in effetti qualche svarione si è sentito. Ma non importa, ci sta: il fatto che questo tipo di sperimentazione non sia tecnicamente perfetta rende ancora più interessante l’opera: si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa di così particolare, che le imperfezioni passano in secondo piano. Anzi, forse accrescono la consapevolezza di essere dentro una cosa del tutto nuova e audace.

Raramente ho avuto sensazioni così, ricordo il concerto di Ryuichi Sakamoto e Alva Noto al Comunale a Bologna (RoBOt festival 2012) ad esempio, ma poi poco altro.

Da un punto di vista fotografico la sfida è stata duplice: avere il pass foto è stato un evento quasi casuale, e cercare di tirare fuori immagini accattivanti da un set assolutamente statico non è stato banale.

Ero in missione per Kalporz, e come di consueto la testata ha chiesto per me accredito e pass foto. Non hanno ricevuto alcuna risposta, nonostante i solleciti. Non intendevo perdere il concerto per nessun motivo al mondo, quindi ho comprato il biglietto e sono partito per Roma. Arrivato all’ingresso, per scrupolo ho chiesto se ci fosse un pass foto per me. Il mio nome era sulla lista degli accrediti, quindi mi hanno dato il pass. Sul pass, tuttavia, non c’era il mio nome, ma quello di un altro. L’ho fatto subito notare, ma mi è stato risposto “non preoccuparti, va bene lo stesso, abbiamo fatto un po’ di casino”. Me ne sono accorto.

Il concerto era nella Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, un vero e proprio teatro, dall’acustica impeccabile. I tre stavano ciascuno dietro la propria postazione, non si sono mai mossi di lì. Le luci variavano pochissimo. Come rendere vario e presentabile un set di foto in una condizione in cui praticamente non cambia mai nulla?

Fatti i primi scatti, ho iniziato a girare per il teatro in esplorazione. Ho salito scale, varcato porte chiuse, attraversato ponti dietro le quinte. Ho cercato punti di vista diversi per rendere un po’ più vario il set. Ho deciso di adottare il bianco e nero perché quasi mai i colori delle luci erano un valore aggiunto per rendere interessante la scena. Spero che il risultato funzioni.

Se avete occasione di andare a sentire queste due vecchie glorie della Techno di Detroit e dell’Afrobeat, non lasciatevela scappare!

 

 

 

Bonobo @Mavù, Locus festival, Locorotondo, July 2017 [Kalporz assignment]

Le performance di Bonobo dal vivo sono state recentemente oggetto di confronto  con alcuni amici Selectors.

Nel 2014 lo abbiamo visto al Magnolia a Milano, in occasione del “The North Borders Tour”. Eravamo un bel gruppo e tutti ricordiamo la sensazione di avere assistito a un gran concerto. La serata è stata molto piacevole. A volte accade che il ricordo di una serata piacevole contamini il ricordo della performance dell’artista; in altre parole: siccome sei stato bene, ti sembra che il concerto sia stato epico, anche se magari si è trattato soltanto di una esibizione poco più che mediocre.

Quest’inverno Margherita, che era nel gruppo del Magnolia tre anni prima, lo ha rivisto al Fabrique. Il nuovo album,  “Migration”, era uscito solo qualche giorno prima. Pare sia stato un live pessimo, così negativo da indurla a lasciare il posto tre quarti d’ora prima della fine del concerto. “Mai più Bonobo dal vivo!” l’ho vista sentenziare, delusa, su Facebook. Posto inadatto, audio pessimo, piattume totale. Non credo nemmeno fosse con tutta la band, pare avesse surrogato alcuni musicisti con un paio di MacBook Pro in più e questo spesso non aiuta. Insomma, un disastro. Che sia stata colpa di una non perfetta “chimica” della serata? Non lo so: non me la sono sentita di chiedere a Margherita con chi fosse quella sera, dato che era stata proprio lei a sottolineare che se sei in un contesto gradevole, il concerto pare migliore.

A luglio di quest’anno il buon Simon Green è tornato dalle nostre parti con tutta la band per due date. Il primo show ha avuto luogo in uno di quei posti in cui è difficile che qualcosa possa andare storto per l’audio, gli impianti o il luogo in quanto tale: stiamo parlando della cavea dell’Auditorium di Renzo Piano a Roma. La sera successiva era al Mavù di Locorotondo, evento a cui ho partecipato per un assignment degli amici di Kalporz, che hanno ottenuto da Radar concerti un pass da fotografo per me.

Curioso di capire cosa mi aspettasse al Mavù, sono andato a cercare commenti a caldo su Facebook sul concerto di Roma. Trovo l’autorevole Raffaele Costantino che sentenzia: “Bonobo live è come il piano bar, ma senza un bancone del bar al quale rivolgerti come anti noia.”. Hah! Andiamo bene. Però io so che a lui Bonobo non piace, lo trova noioso e freddo, lo ritiene un po’ l’emblema di ciò che non dovrebbe essere la musica elettronica, spesso troppo calcolata e ripetitiva. Accidenti stiamo parlando di Raffaele Costantino, uno che ha vinto il Gilles Peterson Awards, uno che è appena stato a caccia di suoni nuovi coi musicisti Tuareg nel deserto fra il Mali e la Mauritania… ci può stare che Bonobo semplicemente non gli piaccia, no? Oppure ha ragione lui, e noi siamo tutti ascoltatori poco attenti, capaci di dare giudizi condizionati prevalentemente dal mood della serata?

Arriva il 9 luglio. Alle 20 ritiro il mio pass all’ingresso del Mavù. Sono da solo.

Apre L I M, nuovo progetto solista di Sofia degli Iori’s eyes. Si sente tantissimo l’influenza degli Aucan, mi piace il modo in cui la potenza del suono contrasta con l’immagine esile di lei e credo che le foto suggeriscano le stesse sensazioni.

Bonobo dispiega una band ricca. Sul palco sono in 8, contro solamente 3 MacBook Pro. L’esecuzione è buona, il suono è pulito, la scenografia è accattivante, il pubblico è contento, i panzerotti sono squisiti, il vino è buono. Raffaele Costantino desidererebbe qualche variazione sul tema in più: “un reef di chitarra o un po’ di negritudine”, come ha scritto sul suo Facebook (si, ha scritto proprio reef, non riff. Io cito). Ma come fai a pretendere un riff di chitarra da Bonobo? Sarebbe come chiedere un do di petto a Tricky, andiamo.

Grande concerto, punto e basta. Con qualche magia inattesa alla fine, almeno per quanto mi riguarda. Consiglierei Bonobo dal vivo a tutti quelli a cui piace. Se non vi piace, state pure a casa.

 

Jazz Inc. & Nicola Conte @Bravo Caffè, Bologna 12 Aprile 2017

A/T/O/S (A Taste Of Struggle) @Diagonal Loft, Forlì, Marzo 2017

Mercoledì 29 Marzo 2017 al Diagonal Loft di Forlì hanno suonato gli A/T/O/S (che si pronuncia “A Taste Of Struggle”). Siamo andati a sentirli e ne abbiamo approfittato per incontrare gli amici di Kalporz, anche loro lì per il concerto, fare due chiacchiere con loro e scambiare qualche idea su musica e fotografia.

Ingresso gratuito, non troppe persone, ottima birra e ottima compagnia.

Gli A/T/O/S sono un duo di Anversa, formato dalla sensualissima, misteriosa beatmaker e cantante Amos e dal producer Truenoys. Due album all’attivo, il secondo dei quali uscito proprio qualche giorno fa. Sono stati scoperti da Mala, che li ha inseriti nella rosa degli artisti della sua etichetta DEEP MEDi Musik.

Suonano un bellissimo trip-hop minimalista. Hanno iniziato a girare da un paio d’anni sia per conto loro che come gruppo di spalla di nomi più illustri (ricordo che l’anno scorso aprirono alcune date di Tricky ad esempio) ma non hanno ancora raggiunto una grande notorietà. Mentre scrivo questo articolo il profilo Facebook di Truenoys conta non più di  una settantina di follower, e la bellissima Amos è letteralmente introvabile sui social network.

La presenza scenica di questa ragazza è potente. La sua sensualità lascia tutti con la mandibola sul tavolo. I suoi movimenti lenti nel buio del Diagonal Loft accompagnano in modo perfetto la sua voce calda. Indubbiamente un bel vedere oltre che un bel sentire.

Qui un link ad un brano del loro secondo album.

 

Prendila così: una recensione di Dirty Projectors

Dirty Projectors.png

Vale la pena mettersi ad ascoltare Dirty Projectors e il loro/suo ultimo album, ononimo. Vale la pena stare a sentire David Longstreth, soprattutto quando lascia le sperimentazioni ostiche e cerebrali di alcuni suoi lavori (The Getty Address e New Attitude su tutte) per parlare chiaro a chi decide di avvicinarsi alla sua musica. In questo caso, non poteva fare altrimenti.

Con Amber (Coffman, contraltare femminile vocale di DP) è finita. David ha bisogno di qualcuno che ascolti e la fine di un rapporto non si spiega, al più si racconta. Ci si confida, seduti ad un tavolo, con il proprio migliore amico o, ancora meglio, con un estraneo che non sa nulla di te e ascolta la tua versione dei fatti, attento. Ecco, sì: un bicchiere di vino e briglie sciolte a parole che parlano di incontri, scelte, incomprensioni.

Un po’ come fece Bjork con Vulnicura (sarà un caso ma già collaboratrice di DP per un intero album), anche David Lonstreth usa la composizione come terapia, mettendo a nudo ogni aspetto della sua relazione interrotta.

Però non la fa certo facile. La sua storia all’ascolto sembra un ardito saliscendi, una giostra impazzita di voci che si accavallano. Quasi abbia voglia di distrarre l’attenzione dalle parole che pronuncia, David altera la struttura dei brani con dinamiche imprevedibili e armonie indisciplinate, sin dall’inizio cioè da come ha incontrato Amber (la passeggiata tra fiati, armonizzazioni vocali e distorsioni finali di Up in Hudson) e dai primi sobbalzi del cuore alla consapevolezza che fosse “quella giusta” (Cool Your Heart con ritmi afro-caraibici e le voci di Solange Knowles e Dawn Richard). Si incupisce soffermandosi sulle rivendicazioni reciproche (Keep Your Name, in cui ci si aspetta un inciso rappato di Kanye West che non arriverà mai). Il lavoro in comune ha messo il carico da quaranta (l’alienante Work Together) nel far scendere i due in una spirale autodistruttiva (il momento più pop del disco, Death Spiral, in cui la voce di Longstreth richiama il miglior falsetto di Justin Timberlake). L’inevitabile consapevolezza di vivere una situazione ormai compromessa, che gli scoppia in faccia come una bolla di sapone (Little Bubble, dall’incedere melodico unico e cantato impeccabile è il momento più alto del disco) permette però di ripartire, ciascuno per un nuovo viaggio attraverso le stelle (Ascent Through Clouds).

Lo lasciamo davanti ad una chiesa. Un organo all’interno intona una musica solenne (I See You), mentre ci dice: “Lo sa Dio se siamo stati all’Inferno; ma sono felice e orgoglioso che sia stata nella mia vita. Ora riesco a vederla.”

Non poteva che finire così, credo.

P.S.:  pochi mesi fa Amber Coffman ha dato alle stampe un singolo. Il titolo è All To Myself. Come dire…

Clap! Clap! @Locomotiv Club, Bologna

La prima volta che ho sentito un DJ set di Cristiano Crisci è stato circa 5 anni fa. Non ricordo chi lo ha proposto per primo alla radio: forse era Carlo Pastore (Babylon, Radio 2), o forse Raffaele Costantino (Musical Box, Radio 2), oppure Alessio Bertallot (che all’epoca faceva Rai Tunes, sempre su Radio 2). Fatto sta che nel giro di poche settimane, forse qualche mese, tutti e tre o l’hanno ospitato, o ne hanno proposto i brani o ne hanno parlato in modo estensivo: ne hanno insomma presto riconosciuto il valore. L’elemento che colpiva immediatamente, ancora prima di sentirlo all’opera, erano gli pseudonimi che sceglieva: Digi G’Alessio, e prima ancora Paura Lausini. A prescindere da ogni altra considerazione, uno che decide di farsi riconoscere così ha già di per sé qualcosa di geniale e di malato (nel senso buono) dentro: solo nello pseudonimo si distacca così ironicamente dal concetto di canzonetta popolare italiana e sta già comunicando qualcosa di estremamente chiaro.

Ma la vera sorpresa è stata vederlo all’opera: un’energia così non l’ho vista proprio da nessuna parte.

Raggiunto presto un discreto successo nell’ambito dei club e dei festival italiani, Cristiano Crisci vara un nuovo progetto: manda in pensione i vecchi pseudonimi, comprensibili e apprezzabili in tutte le loro connotazioni per lo più solo a livello locale, e fa nascere Clap! Clap!, l’identità che lo accompagnerà in un salto deciso verso il successo internazionale.

Il primo album di Clap! Clap! è del 2014 e si chiama “Tayi Bebba”. Cristiano Crisci va a prendere suoni, atmosfere e ritmi africani e tribali, e li porta dentro i nostri club fondendoli con l’elettronica e la techno, creando qualcosa di nuovo. Da quel momento accade tutto molto rapidamente: fra il 2015 e oggi viene premiato al Worldwide Gilles Peterson Awards a Londra, viene prodotto da Black Acre e distribuito da Warp records, registra una sessione epica con Boiler Room, viene scelto da Paul Simon per fare da produttore di alcuni pezzi dell’ultimo album, e in tutto questo continua a divertire e a divertirsi dal vivo con una potenza scenica incredibile: quando suonava Digi G’Alessio venivano giù i locali? Continuano a venir giù anche quando suona Clap! Clap!

L’ultimo lavoro (Gennaio 2017) si chiama “A Thousand Skyes” ed è disponibile per l’ascolto qui:

“A Thousand Skies” è un lavoro in chiara continuità con “Tayi Bebba”. In questa bella intervista su Internazionale è possibile sentire Cristiano raccontare qualcosa di più del racconto che vi è fra i due album.

Il valore di una forma d’arte, per essere compreso a pieno deve essere calato nel contesto storico in cui ha luogo e si esprime. In questo senso, il messaggio musicale di Cristiano Crisci, globale, trasversale, positivo e inclusivo, è di grande valore proprio oggi: dovremmo tutti pensare a costruire il nostro mondo nello stesso modo in cui lui pensa a costruire la sua musica. Eppure, poiché si tratta di musica destinata ai club, e poiché si fa uso di strumenti per lo più elettronici per suonarla, l’opera di Clap! Clap! ottiene i giusti riscontri solo nell’ambito della “sottocultura” a cui appartiene. Ed è un peccato, perché si tratta comunque di un messaggio musicale innovativo, attuale e ricercato.

Qui sotto c’è l’incredibile sequenza di fotografie che ho avuto il privilegio di scattargli, grazie ancora una volta agli amici di Kalporz. (Nota tecnica per i fotografi: fra il buio pesto e il fatto che si muove come un ossesso, non so come ho fatto a portare a casa le foto. Ringraziamo i 12.800 iso della D750 e le lenti f/1.4).

Hindi Zahra @Locomotiv, Bologna

Siamo stati a sentire e a fotografare Hindi Zahra al Locomotiv Club a Bologna, per gli amici di Kalporz.

Il locale era strapieno, lei non se lo aspettava ed era contentissima, glie lo si legge negli occhi. La band era composta da 6 musicisti e l’evento è stato molto piacevole.

La musica di Hindi Zahra è un po’ come il suo inglese: parlato con disinvoltura con un marcato accento francese e condito con svariate inflessioni arabe. Qui il link al suo ultimo album:

 

 

Carla Dal Forno @Covo Club, Bologna

Siamo stati al Covo Club di Bologna a fotografare e a sentire Carla Dal Forno, per gli amici di Kalporz.

Recentemente si sta parlando molto di questa ragazza, per la prima volta in tour in Italia come solista. Il suo nome è italiano, ma lei è australiana e vive a Berlino. Il suo primo e unico album (You don’t know what it’s like) ha avuto un buon successo, alcuni lo collocano nella top 20 del 2016. Lei ha un bel modo di fare e una eleganza naturale, non parla volentieri e dà l’impressione di trovarsi, lì al Covo, in una situazione più importante di lei. Sostiene di essere dispiaciuta del fatto che ha all’attivo un numero di brani esiguo, vorrebbe suonare di più ma il suo repertorio in effetti le consente di reggere un live solo per 40 minuti. Propone musicalità elettroniche cupe e minimali, la voce è calda e non mi pare particolarmente estesa né potente, ma riesce a condire tutti gli elementi in modo tale da rendere il prodotto finale originale, personale ed efficace. Apprendo da una delle interviste che ha rilasciato in Italia che il producer che la supporta nel tour con l’elettronica (lei canta e suona il basso) è un ragazzo con cui ha appena iniziato a lavorare e sono sorpreso, perché sul palco sembravano una coppia già artisticamente ben rodata.

Spesso accade che un prodotto musicale sia l’insieme di ciò che ascoltiamo e dell’immagine che l’artista propone di sé. In Carla Dal Forno questo mix é particolarmente efficace: vi è un forte contrasto fra la sua immagine chiara e il buio che propone nei suoi suoni. È un prodotto musicale in bianco e nero.

Qualche nota tecnica sulle foto: il Covo non ha certo le migliori luci di Bologna, per usare un eufemismo. Luci rosse puntate sul pubblico e fari blu sugli artisti, in un set di luci che resta invariato nel corso dell’intero show. Niente fumo, niente strobo, niente effetti di alcun tipo, tutto assolutamente statico. Il massimo per una buona resa in bianco e nero! La luce era comunque poca, gli scatti sono stati eseguiti con sensibilità da 8000 a 12800 ISO.

 

 

Il fascino inutile delle categorie musicali

C’è una cosa che accomuna me ad alcuni altri appassionati di musica: tendiamo ad andare in crisi quando ci viene posta una domanda all’apparenza semplice: “Ma tu, che musica ascolti?”.

Non ho mai saputo rispondere bene a questa domanda. A meno che non ci si stia intrattenendo con persone affette dal nostro stesso male, di solito vengono concessi solo pochi secondi di attenzione per recepire la risposta, che quindi deve essere concisa e semplice. Sono convinto che il nostro rapporto con la musica e le nostre preferenze musicali dicano di noi molto più di quanto non si pensi, quindi questa domanda mi incute sempre un po’ di soggezione. Ogni volta che mi capita, dopo che ho abbozzato una risposta resto con l’amaro in bocca. Mi sembra di avere detto qualcosa, ma non tutto; temo di aver trascurato un pezzo importante del mio mondo e di avere quindi fornito una visione parziale o distorta di me.

Di solito se si è in mezzo ad altri appassionati questa domanda non esce. Proprio per il fatto che la musica è qualcosa di centrale, i propri gusti musicali traspaiono dai racconti, si rivelano da sé, sul piano della normale conversazione.  Ciò che piace trapela in modo naturale, non è necessario spiegare nulla, è sufficiente raccontare di sé e il messaggio passa prendendosi il tempo che gli serve. Il risultato finale è la sensazione di aver lasciato agli interlocutori un’immagine abbastanza accurata della propria anima. Ma in condizioni normali, l’espediente a cui tipicamente si tende a ricorrere per cercare di essere chiari e concisi è usare le categorie. Per quanto mi riguarda, gli esiti sono disastrosi.

Le categorie musicali per certi versi sono concetti utili, ma trovo che sempre più spesso non funzionino.

Ho diversi problemi con le categorie. Il più grave è che le cose che mi piacciono di più, non riesco a categorizzarle. Non sono solo rock, né solo r&b, né solo elettroniche, soul, jazz o hip hop. Sono contaminazioni di tante cose. Qualcuno mi spiega a che categoria appartengono gli Hiatus Kayiote? o Kaytranada, o José James, tanto per citare tre cose che ultimamente ascolto abbastanza volentieri? “Alternative-” qualcosa, “Nu-” qualcos’altro, “Future-” vattelappesca. Nella maggior parte dei casi, per le cose che mi piacciono di più non è ancora stata definita una categoria universalmente riconosciuta, quindi mi tocca inerpicarmi in descrizioni azzardate che nessuno capisce, oppure devo accontentarmi di dare una risposta quasi a caso, che descrive solo una piccola parte. E’ sempre stato così per me: nel 1991 nessuno sapeva cosa cavolo fosse il trip-hop, ovviamente nemmeno io, però adoravo Blue lines dei Massive Attack e quando mi chiedevano cosa mi piacesse, non sapevo che categoria dare a quella roba lì.

Fino a qualche tempo fa rispondevo a questa domanda in modo semplicistico: “ascolto musica elettronica”. Era un tentativo di cavarsela in fretta giustificato dal fatto che l’elettronica è stata un denominatore comune a molte cose che mi sono piaciute e che mi piacciono tutt’ora. Rispondevo “elettronica” sapendo di accettare il compromesso di una semplificazione e pensando “ma si, chi se fotte”. Però mi è capitato un paio di volte di realizzare che il mio interlocutore pensasse che mi piace l’EDM, ma a quel punto era già troppo tardi. Ho mandato a casa della gente convinta che io ascoltassi David Guetta. Ciò ovviamente non rientra nel novero degli equivoci accettabili, quindi in altre occasioni ho provato a dare definizioni più precise. Ovviamente senza successo. Parliamo ad esempio della black music. Black music è già di per sé una categoria. Ultimamente si parla di black music anziché di soul, nu-soul, R&B, alternative-R&B, hip hop, rap, nu-jazz e quant’altro (spesso quando si antepone il prefisso “nu” o “alternative” vuol dire che per qualche verso c’è di mezzo pure l’elettronica) proprio perché tutti questi generi nel corso degli ultimi cinque o dieci anni sono al centro di una convergenza e di una mescolanza meravigliose. Quindi si usa riferirsi all’intero malloppo con un termine unico: “black music”, appunto. Ora, se dicessi a mio padre che ultimamente ascolto “black music”, lui sarebbe stupito di apprendere che mi sto interessando a Duke Ellington. Come faccio a spiegargli cosa ascolto?

A volte si sente davvero il bisogno di usare una categoria per descrivere quell’insieme di cose musicali che evocano in noi sensazioni simili. Non sapere a quale categoria appellarsi può essere frustrante. Gli addetti ai lavori hanno sempre una risposta, e tendono a citare le categorie a loro note come se fossero le cose più note del mondo, accrescendo il nostro senso di frustrazione (“ma come, non sai che si tratta di un pezzo post-dubstep nu-UK garage?”).

Tempo fa è stata una ragazzina di 19 anni incontrata ad un concerto ad illuminarmi su una categoria a me assolutamente ignota.

_dsc0003-1_webMi trovavo al Locomotiv Club a fotografare Thundercat, con me c’era anche la mia amica Helen e il mitico Davide. Quella sera a Bologna doveva esserci sia Thundercat, sia The Internet. Non sapevo cosa scegliere, ma per fortuna all’ultimo momento The Internet hanno dato buca rimandando il concerto di qualche mese. Come faccio sempre quando decido di scattare foto, arrivo al Locomotiv un po’ prima per potermi piazzare a ridosso del palco. Vicino a noi c’è una ragazza molto giovane, da sola. Inizia subito a scambiare due parole con Helen. Apprendiamo che ha 19 anni, che è Americana, che studia a Firenze, che è venuta a Bologna per The Internet ma che quando ha scoperto che il concerto non c’era più, ha ripiegato volentieri su Thundercat. È stupita e felice del fatto che in una città come Bologna possano esserci lo stesso giorno due eventi così interessanti, in posti così piccoli ed accessibili. Ho capito che avevamo gusti abbastanza simili. C’era una domanda che mi frullava per la testa già da un po’: ma The Internet che genere musicale è? E Thundercat? Per certi versi è completamente diverso ma per altri ha qualcosa in comune a The Internet, deve averla per forza, non fosse altro perché qua siamo in qualche centinaio che avremmo serenamente potuto tirare la monetina per decidere chi andare a sentire. Quale occasione migliore per smarcare il punto? Chiediamo alla giovane fan americana, magari da quelle parti hanno già trovato l’etichetta definitiva. Le chiedo: “senti ma secondo te Thundercat e The Internet che genere musicale sono?”. Lei non ci pensa neanche un secondo e risponde sorridente e sicura: “Psychedelic soul”. Fantastico, Psychedelic Soul! Che illuminazione meravigliosa. Non ho la più pallida idea di cosa possa significare psychedelic soul, ma ora ho un’etichetta che identifica tutta quella marea di musica stupenda che per qualche motivo evoca in me emozioni simili, e sto decisamente meglio. Non finirò mai di ringraziare l’ambasciatrice dello Psychedelic soul. Chissà che fine ha fatto, si era mossa in treno e quella sera non poteva più rientrare a Firenze, avrebbe dovuto attendere fino alle 6 di mattina. L’abbiamo lasciata alle cure del mitico Davide, e non se n’è saputo più nulla.

_dsc0017_web_v2

Un altro problema che ho con le categorie, è che esse possono costituire un limite a scoprire cose nuove e ad ampliare i propri orizzonti. Io ad esempio ho una forte avversione per il nuovo cantautorato italiano. Per quale ragione al mondo dovrei ascoltare il nuovo singolo di Thegiornalisti? Chissà cosa mi perdo! Ne parlavamo con alcuni amici del gruppo Music Selectors, che stanno per lanciare la seconda edizione del Music Selectors Awards: voteremo le cose migliori del 2016. Il tema che è nato in seno al “Gomitato elettorale” (la chat in cui si discute di questi temi si chiama proprio così) è stato: bene, che categorie mettiamo? Ho provato a convincerli che le categorie, seppur rassicuranti a volte, possono essere ingannevoli e difficilmente interpretabili, per lo meno da me, e quindi ho proposto di non metterle affatto. La mia linea non è passata. Poco male, tutto ciò che sarà votato dai Music Selectors sarà comunque degno di attenzione, categorie o meno. Ho avuto occasione di parlarne anche con un addetto ai lavori: Rossano Lo Mele, direttore di Rumore. Rumore da due anni ha fatto una scelta editoriale ben precisa: ha rinunciato a mettere i tag delle categorie nei dischi che recensisce. A me sembra una buona idea. La buona musica, in fondo, è buona musica indipendentemente dalle categorie. Concetti soggettivi? Sicuramente, ma c’è una cosa che sfugge alla soggettività nel distinguere la musica buona da quella cattiva: se la musica che ami ti appassiona a tal punto che sei tu che te la vai a cercare, con caparbietà ed energia, dedicandole del tempo, e non è invece quella che subisci passivamente perché te le propina RTL, molto probabilmente stai ascoltando buona musica.

Alla fine il modo migliore di rispondere alla domanda “che musica ascolti”, forse l’unico modo, probabilmente è farla ascoltare.