Il fascino inutile delle categorie musicali

C’è una cosa che accomuna me ad alcuni altri appassionati di musica: tendiamo ad andare in crisi quando ci viene posta una domanda all’apparenza semplice: “Ma tu, che musica ascolti?”.

Non ho mai saputo rispondere bene a questa domanda. A meno che non ci si stia intrattenendo con persone affette dal nostro stesso male, di solito vengono concessi solo pochi secondi di attenzione per recepire la risposta, che quindi deve essere concisa e semplice. Sono convinto che il nostro rapporto con la musica e le nostre preferenze musicali dicano di noi molto più di quanto non si pensi, quindi questa domanda mi incute sempre un po’ di soggezione. Ogni volta che mi capita, dopo che ho abbozzato una risposta resto con l’amaro in bocca. Mi sembra di avere detto qualcosa, ma non tutto; temo di aver trascurato un pezzo importante del mio mondo e di avere quindi fornito una visione parziale o distorta di me.

Di solito se si è in mezzo ad altri appassionati questa domanda non esce. Proprio per il fatto che la musica è qualcosa di centrale, i propri gusti musicali traspaiono dai racconti, si rivelano da sé, sul piano della normale conversazione.  Ciò che piace trapela in modo naturale, non è necessario spiegare nulla, è sufficiente raccontare di sé e il messaggio passa prendendosi il tempo che gli serve. Il risultato finale è la sensazione di aver lasciato agli interlocutori un’immagine abbastanza accurata della propria anima. Ma in condizioni normali, l’espediente a cui tipicamente si tende a ricorrere per cercare di essere chiari e concisi è usare le categorie. Per quanto mi riguarda, gli esiti sono disastrosi.

Le categorie musicali per certi versi sono concetti utili, ma trovo che sempre più spesso non funzionino.

Ho diversi problemi con le categorie. Il più grave è che le cose che mi piacciono di più, non riesco a categorizzarle. Non sono solo rock, né solo r&b, né solo elettroniche, soul, jazz o hip hop. Sono contaminazioni di tante cose. Qualcuno mi spiega a che categoria appartengono gli Hiatus Kayiote? o Kaytranada, o José James, tanto per citare tre cose che ultimamente ascolto abbastanza volentieri? “Alternative-” qualcosa, “Nu-” qualcos’altro, “Future-” vattelappesca. Nella maggior parte dei casi, per le cose che mi piacciono di più non è ancora stata definita una categoria universalmente riconosciuta, quindi mi tocca inerpicarmi in descrizioni azzardate che nessuno capisce, oppure devo accontentarmi di dare una risposta quasi a caso, che descrive solo una piccola parte. E’ sempre stato così per me: nel 1991 nessuno sapeva cosa cavolo fosse il trip-hop, ovviamente nemmeno io, però adoravo Blue lines dei Massive Attack e quando mi chiedevano cosa mi piacesse, non sapevo che categoria dare a quella roba lì.

Fino a qualche tempo fa rispondevo a questa domanda in modo semplicistico: “ascolto musica elettronica”. Era un tentativo di cavarsela in fretta giustificato dal fatto che l’elettronica è stata un denominatore comune a molte cose che mi sono piaciute e che mi piacciono tutt’ora. Rispondevo “elettronica” sapendo di accettare il compromesso di una semplificazione e pensando “ma si, chi se fotte”. Però mi è capitato un paio di volte di realizzare che il mio interlocutore pensasse che mi piace l’EDM, ma a quel punto era già troppo tardi. Ho mandato a casa della gente convinta che io ascoltassi David Guetta. Ciò ovviamente non rientra nel novero degli equivoci accettabili, quindi in altre occasioni ho provato a dare definizioni più precise. Ovviamente senza successo. Parliamo ad esempio della black music. Black music è già di per sé una categoria. Ultimamente si parla di black music anziché di soul, nu-soul, R&B, alternative-R&B, hip hop, rap, nu-jazz e quant’altro (spesso quando si antepone il prefisso “nu” o “alternative” vuol dire che per qualche verso c’è di mezzo pure l’elettronica) proprio perché tutti questi generi nel corso degli ultimi cinque o dieci anni sono al centro di una convergenza e di una mescolanza meravigliose. Quindi si usa riferirsi all’intero malloppo con un termine unico: “black music”, appunto. Ora, se dicessi a mio padre che ultimamente ascolto “black music”, lui sarebbe stupito di apprendere che mi sto interessando a Duke Ellington. Come faccio a spiegargli cosa ascolto?

A volte si sente davvero il bisogno di usare una categoria per descrivere quell’insieme di cose musicali che evocano in noi sensazioni simili. Non sapere a quale categoria appellarsi può essere frustrante. Gli addetti ai lavori hanno sempre una risposta, e tendono a citare le categorie a loro note come se fossero le cose più note del mondo, accrescendo il nostro senso di frustrazione (“ma come, non sai che si tratta di un pezzo post-dubstep nu-UK garage?”).

Tempo fa è stata una ragazzina di 19 anni incontrata ad un concerto ad illuminarmi su una categoria a me assolutamente ignota.

_dsc0003-1_webMi trovavo al Locomotiv Club a fotografare Thundercat, con me c’era anche la mia amica Helen e il mitico Davide. Quella sera a Bologna doveva esserci sia Thundercat, sia The Internet. Non sapevo cosa scegliere, ma per fortuna all’ultimo momento The Internet hanno dato buca rimandando il concerto di qualche mese. Come faccio sempre quando decido di scattare foto, arrivo al Locomotiv un po’ prima per potermi piazzare a ridosso del palco. Vicino a noi c’è una ragazza molto giovane, da sola. Inizia subito a scambiare due parole con Helen. Apprendiamo che ha 19 anni, che è Americana, che studia a Firenze, che è venuta a Bologna per The Internet ma che quando ha scoperto che il concerto non c’era più, ha ripiegato volentieri su Thundercat. È stupita e felice del fatto che in una città come Bologna possano esserci lo stesso giorno due eventi così interessanti, in posti così piccoli ed accessibili. Ho capito che avevamo gusti abbastanza simili. C’era una domanda che mi frullava per la testa già da un po’: ma The Internet che genere musicale è? E Thundercat? Per certi versi è completamente diverso ma per altri ha qualcosa in comune a The Internet, deve averla per forza, non fosse altro perché qua siamo in qualche centinaio che avremmo serenamente potuto tirare la monetina per decidere chi andare a sentire. Quale occasione migliore per smarcare il punto? Chiediamo alla giovane fan americana, magari da quelle parti hanno già trovato l’etichetta definitiva. Le chiedo: “senti ma secondo te Thundercat e The Internet che genere musicale sono?”. Lei non ci pensa neanche un secondo e risponde sorridente e sicura: “Psychedelic soul”. Fantastico, Psychedelic Soul! Che illuminazione meravigliosa. Non ho la più pallida idea di cosa possa significare psychedelic soul, ma ora ho un’etichetta che identifica tutta quella marea di musica stupenda che per qualche motivo evoca in me emozioni simili, e sto decisamente meglio. Non finirò mai di ringraziare l’ambasciatrice dello Psychedelic soul. Chissà che fine ha fatto, si era mossa in treno e quella sera non poteva più rientrare a Firenze, avrebbe dovuto attendere fino alle 6 di mattina. L’abbiamo lasciata alle cure del mitico Davide, e non se n’è saputo più nulla.

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Un altro problema che ho con le categorie, è che esse possono costituire un limite a scoprire cose nuove e ad ampliare i propri orizzonti. Io ad esempio ho una forte avversione per il nuovo cantautorato italiano. Per quale ragione al mondo dovrei ascoltare il nuovo singolo di Thegiornalisti? Chissà cosa mi perdo! Ne parlavamo con alcuni amici del gruppo Music Selectors, che stanno per lanciare la seconda edizione del Music Selectors Awards: voteremo le cose migliori del 2016. Il tema che è nato in seno al “Gomitato elettorale” (la chat in cui si discute di questi temi si chiama proprio così) è stato: bene, che categorie mettiamo? Ho provato a convincerli che le categorie, seppur rassicuranti a volte, possono essere ingannevoli e difficilmente interpretabili, per lo meno da me, e quindi ho proposto di non metterle affatto. La mia linea non è passata. Poco male, tutto ciò che sarà votato dai Music Selectors sarà comunque degno di attenzione, categorie o meno. Ho avuto occasione di parlarne anche con un addetto ai lavori: Rossano Lo Mele, direttore di Rumore. Rumore da due anni ha fatto una scelta editoriale ben precisa: ha rinunciato a mettere i tag delle categorie nei dischi che recensisce. A me sembra una buona idea. La buona musica, in fondo, è buona musica indipendentemente dalle categorie. Concetti soggettivi? Sicuramente, ma c’è una cosa che sfugge alla soggettività nel distinguere la musica buona da quella cattiva: se la musica che ami ti appassiona a tal punto che sei tu che te la vai a cercare, con caparbietà ed energia, dedicandole del tempo, e non è invece quella che subisci passivamente perché te le propina RTL, molto probabilmente stai ascoltando buona musica.

Alla fine il modo migliore di rispondere alla domanda “che musica ascolti”, forse l’unico modo, probabilmente è farla ascoltare.

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