Lamb @Locomotiv Club, Bologna, November 2017 (opening act: Hån)

 

Andate a vedere i Lamb dal vivo. Andateci. E frequentate il Locomotiv se siete di Bologna. E anche se non lo siete.

La prima volta che ho visto i Lamb dal vivo ero al MIT a Roma, nel 2011. Sala Sinopoli dell’Auditorium. Mi aspettavo un concerto tranquillo, ma Andy Barlow appena si è reso conto che stavano tutti seduti in poltrona ha sparigliato il mazzo: ha fatto alzare tutti in piedi e il concerto in poltrona si è trasformato immediatamente in una cosa viva. Non so come mi sono ritrovato in prima fila, con la macchina fotografica al collo con su un obiettivo senza zoom. Nel caos lo zaino era rimasto lontano da me, se ne è presa cura un’amica misericordiosa. Quindi è nel 2011 che ho capito che un concerto del Lamb non è come te lo aspetti.

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Locomotiv 2017, quindi, irrinunciabile. Quel posto non ha certo il problema delle poltrone. Piccolo, colto e raccolto: la comunione fra pubblico e artisti lì è unica, e infatti il concerto è stato meraviglioso. L’eleganza di Lou Rhodes è senza pari, la band è molto affiatata, ho rivisto le stesse persone del 2011, tecnico del suono compreso, quant’è bello vedere una band che si diverte veramente a suonare, anche in un locale piccolo, anche dopo 21 anni di successi.

Opening act: Hån. Una persona la cui cultura musicale ammiro molto mi aveva preannunciato che si trattava di un’artista interessante. Giovanissima, teneramente impacciata e gradevole, è brava e promettente. Mi ha ricordato Carla Dal Forno, non tanto per la musica, quanto per l’atteggiamento sul palco.

PS: Ancora non ho capito il criterio con cui scelgo di sviluppare in bianco e nero piuttosto che a colori. Forse accade quando il bello in ciò che vedo è oltre i colori: allora li tolgo, perché distraggono dal vero bello. Forse.

Hindi Zahra @Locomotiv, Bologna

Siamo stati a sentire e a fotografare Hindi Zahra al Locomotiv Club a Bologna, per gli amici di Kalporz.

Il locale era strapieno, lei non se lo aspettava ed era contentissima, glie lo si legge negli occhi. La band era composta da 6 musicisti e l’evento è stato molto piacevole.

La musica di Hindi Zahra è un po’ come il suo inglese: parlato con disinvoltura con un marcato accento francese e condito con svariate inflessioni arabe. Qui il link al suo ultimo album:

 

 

Carla Dal Forno @Covo Club, Bologna

Siamo stati al Covo Club di Bologna a fotografare e a sentire Carla Dal Forno, per gli amici di Kalporz.

Recentemente si sta parlando molto di questa ragazza, per la prima volta in tour in Italia come solista. Il suo nome è italiano, ma lei è australiana e vive a Berlino. Il suo primo e unico album (You don’t know what it’s like) ha avuto un buon successo, alcuni lo collocano nella top 20 del 2016. Lei ha un bel modo di fare e una eleganza naturale, non parla volentieri e dà l’impressione di trovarsi, lì al Covo, in una situazione più importante di lei. Sostiene di essere dispiaciuta del fatto che ha all’attivo un numero di brani esiguo, vorrebbe suonare di più ma il suo repertorio in effetti le consente di reggere un live solo per 40 minuti. Propone musicalità elettroniche cupe e minimali, la voce è calda e non mi pare particolarmente estesa né potente, ma riesce a condire tutti gli elementi in modo tale da rendere il prodotto finale originale, personale ed efficace. Apprendo da una delle interviste che ha rilasciato in Italia che il producer che la supporta nel tour con l’elettronica (lei canta e suona il basso) è un ragazzo con cui ha appena iniziato a lavorare e sono sorpreso, perché sul palco sembravano una coppia già artisticamente ben rodata.

Spesso accade che un prodotto musicale sia l’insieme di ciò che ascoltiamo e dell’immagine che l’artista propone di sé. In Carla Dal Forno questo mix é particolarmente efficace: vi è un forte contrasto fra la sua immagine chiara e il buio che propone nei suoi suoni. È un prodotto musicale in bianco e nero.

Qualche nota tecnica sulle foto: il Covo non ha certo le migliori luci di Bologna, per usare un eufemismo. Luci rosse puntate sul pubblico e fari blu sugli artisti, in un set di luci che resta invariato nel corso dell’intero show. Niente fumo, niente strobo, niente effetti di alcun tipo, tutto assolutamente statico. Il massimo per una buona resa in bianco e nero! La luce era comunque poca, gli scatti sono stati eseguiti con sensibilità da 8000 a 12800 ISO.

 

 

RoBOt festival 2016, l’anno del reboot

 

La buona notizia è che sono vivi. Alla fine ce l’hanno fatta: ci hanno messo la faccia, si sono rimessi in gioco e hanno costruito il nono RoBOt. I dipendenti della scorsa edizione sono ancora incazzati (giustamente, direi); gli echi impietosi della scorsa debacle finanziaria risuonano ad un volume ancora più alto rispetto ai decibel della musica che sono riusciti a proporre quest’anno … ma alla fine Bologna ha avuto il suo festival di musica elettronica, la gente ha riempito i locali, ci sono stati i sold out, le file, le prevedibili polemiche su tessere, organizzazione e quant’altro. Checché se ne dica, il sostanziale successo di questa edizione è una buona notizia. Lo è per la città, per chi la abita e sicuramente lo è per me.

La cattiva notizia è che questo è stato il reboot di una macchina che, alla fine, è sempre la stessa: se la macchina funziona sempre allo stesso modo, chi garantisce che, una volta riavviata, fra qualche anno non si incepperà nuovamente?

Il RoBOt ha sempre avuto due facce, due anime: la prima è fatta di selettori artistici attenti, di performance particolari, di cose belle in orari strani in posti improbabili. L’anima nobile, artistica e preziosa. Quell’anima lì mi ha fatto conoscere i Quiet Ensemble, mi ha fatto assistere ad un concerto meraviglioso di Flako alle 9 di sera con pochissima gente, mi ha regalato Thundercat a Palazzo di Re Enzo. Quell’anima lì quest’anno c’era, e abitava nella Back Room dell’ex Ospedale dei Bastardini. Quell’anima quest’anno ci ha regalato Peggy Gou, Beatrice Dillon, Aurora Halal. Si tratta dell’anima dei “territori inesplorati”.

La seconda anima è invece quella delle “certezze”. Loro la chiamano così. Certezze di cosa?

E’ certa la presenza di tanta gente; è certo che ciò che suonerà avrà un riscontro positivo di massa. Ma è anche certo che non ci stupiremo. A parte una eccezione, la Main Room dell’ex Ospedale era la casa delle cosiddette certezze. Memoryman, The Grasso Brothers,  Space Dimension Controller. Cose piacevoli per i più, per carità … ma io (scusatemi) al RoBOt vorrei stupirmi. Non ce la faccio proprio a sentire cose facili e banali, andiamo. Voi potete stupirmi e dovete stupirmi.

L’eccezione della Main Room sono stati i Mop Mop. Grande performance, accompagnati da Wayne Snow. I Mop Mop sono sempre tecnicamente ineccepibili ed emozionanti, chi li conosce lo sa. Ogni volta che sento Pasquale Mirra suonare il vibrafono dal vivo, ho i brividi. Stavolta lo show è stato anche più intenso del solito grazie alla collaborazione con il vocalist e autore nigeriano Wayne Snow. Peccato che la cosa sia durata solo un’ora.

Alla fine ha funzionato? Mah, probabilmente si. Dopo la caduta si sono rialzati e questa è una cosa buona. Poi le polemiche si sprecano: pare che per entrare al Cassero ci volessero due ore di coda, pare che un sacco di gente sia rimasta a bocca asciutta perché i siti si sono riempiti … francamente trovo assurde certe polemiche, era tutto molto chiaro a mio avviso: chi non voleva corre il rischio di restare fuori doveva sborsare 35 euro per un “day pass”, tutto qui. Chi non lo ha fatto, evidentemente ha accettato il rischio ed è inutile protestare, a quel punto.

Mi sembra che i ragazzi di Shape siano ripartiti con uno schema esattamente identico a quello dello scorso anno, ma in scala ridotta. Spero che ciò non significhi che fra qualche anno non ci si ritrovi punto e d’accapo. Territori inesplorati e certezze insieme? Beh, io sarei uno che delle certezze farebbe volentieri a meno. Se la banalità è un effetto collaterale della sostenibilità economica, ce ne faremo una ragione e pianteremo le tende nelle Back Room delle prossime edizioni, sperando che per qualche magico motivo l’anima “buona” del festival resti quella prevalente.

 

 

 

Metti una sera al Bravo

Lei è Nai Palm leader del gruppo australiano degli Hiatus Kaiyote, la location è il Bravo caffè di Bologna, il tavolo prenotato sempre lo stesso, di fronte al piccolo palco a sx sul quale già si intravede la lucente e glitterata chitarra parcheggiata.

Sono circa le 22:15 quando sul palco arriva questo giovane ventenne, in look total black. Suona e canta tutto da solo, cover famose, pezzi suoi, ha una voce pulita molto pop.

Nessuno sa chi sia fino a quando non comunica al microfono che si tratta del fratello di Nai. Sí, il fratello minore che accompagna l’artista in questo mini tour europeo.

Ora però tocca a lei, finalmente. Passa tra i tavoli e prende posto sul palco, saluta il fratello, che ringrazia educatamente il pubblico, e rimane sola. Sola con la sua chitarra glitterata. Luci basse e qualche parola prima di iniziare, richiesto un rispettoso silenzio del pubblico. Inizia. L’aspetto eccentrico, i tatuaggi e i piercing, danno un’immagine di lei completamente distorta, in fondo lei è una che canta, si imbarazza e si commuove mentre lo fa.

Il pubblico è rapito e visibilmente emozionato, la voce di Nai è potente, bella e sicura. C’è del Soul al Bravo: Choose your Weapon, Breathing Underwater, Mobius Streak alcuni dei pezzi  (degli Hiatus), insieme a cover di Chaka Khan magistralmente reinterpretate.

L’atmosfera è quella giusta, lei è tenera e a tratti imbarazzata, mica si aspettava di trovare un pubblico così, in un Paese così lontano, dalla sua lontana Australia.

La magia finisce, il concerto si conclude ma lei resta lì, un po’ in disparte a prendersi complimenti e a fare foto con i fans, molti, che hanno voluto ringraziarla personalmente.

Il Bravo, come sempre, regala emozioni.

 

José James @Bravo Caffè, Bologna, 22 aprile 2016

 

 

– Papà dove siete stati ieri sera?

– Ad un concerto bellissimo, Lorenzo!

– Ah, e chi suonava?

– Jose James. Te lo ricordi? Guarda, ho fatto qualche foto, eccole qui.

– Wow! Ma chi è? Il Pazzo?

– No Lori, il Pazzo si chiama Moodymann. Questo è Jose James, l’abbiamo sentito qualche volta insieme, te lo ricordi?

– E che genere canta? Hip hop?

– Anche. E’ un cantante un po’ soul, un po’ jazz e un po’ hip hop. Ti faccio sentire qualcosa. Ecco, questo è un pezzo hip hop:

– Che ne pensi?

– Figo!

– Questo, invece, è un pezzo soul. Ascoltalo e dimmi se ti piace:

– Ma è sempre lui??

– Si si, sempre lui. Senti com’è diverso?

– Woow

– E questo invece è un pezzo jazz:

– …ma è suo fratello?

– No no, sempre lui! Bravo, no?

– Wooooow

– Senti Lorenzo ma qual è il brano che è piaciuto di più a te?

– Quello hip hop! Yo, maaaan!

– Bravo Lillo, ci sta.