Massive Attack @Fabrique – 12 febbraio 2016

Quando i Massive Attack arrivano in città, il minimo da fare è organizzarsi in tempo per andare a vederli e poco importa se già hai avuto modo di vederli e se non hanno un nuovo lavoro in uscita (all’annuncio delle date non si sapeva che avrebbero pubblicato Ritual Spirit). Sono un evento.
Milano si è preparata bene per accoglierli con un clima cupo e piovoso che potrebbe fare da sfondo a molti dei loro pezzi. La formazione entra in campo, si parte, primo pezzo, Battle Box 001, affidato alla voce di Martina Topley Bird E subito vengono a galla i limiti dell’acustica del Fabrique, dopo il secondo pezzo quando Del Naja saluta tutti, a stento in sala riusciamo a sentirlo e c’è chi inizia ad urlare disperatamente di alzare il volume, urla perse nel vuoto. Comincia lo show, il solito al quale ci hanno abituato oramai da anni: luci e mega schermi in cui vengono proiettati messaggi di denuncia primo fra tutti la guerra in Siria ma anche il Family Day, le trivellazioni alle Tremiti per poi finire con i classici titoli futili dei tabloid, tutto mischiato in una sorta di sacro e profano informativo con l’ostentazione dei bombardamenti mediatici ai quali siamo sottoposti. Loro cantano suonano, lo fanno bene per quel poco che riusciamo a sentire. In Paradise Circus la voce quasi sussurrata della Bird arriva come un bisbiglio e pensi che concerti così dovrebbero essere vietati per mancanza di acustica perfetta. Per fortuna viene annunciata un’altra guest: Mr. Horace Andy in un’atmosfera rosso fuoco quasi rarefatta e lì forse per magia o forse perché ci voglio credere “Girl I love you” rimbomba con forza in tutta la sala. Appena finisce Robert riprende il microfono ed urla “forza Napoli” boato dei tifosi campani e fischi degli altri e via si ricomincia da Karmacoma. No, Tricky non c’è ma Del Naja e Daddy G non lo fanno rimpiangere. A seguire Inertia Kreep, Teardrop che fa animare la platea perché forse è il loro pezzo più commerciale in Italia e quindi conosciuto ai più, il rientro di Andy per Angel da brividi, poi entra Deborah Miller e con lei il giro di batteria ed il groove di “Safe for harm”. L’arrangiamento è lo stesso di due anni fa, dopo la prima parte del brano, si entra in un loop che fa da anticamera ad un vortice sonoro che ti avvolge ti risucchia e ti manda dritto tra chitarre ed atmosfere surreali e non riesci a fermarti. Magistrale. Grande assente il basso sempre grazie alla pessima acustica della location ma la cantante con i suoi vocalizzi te lo fa quasi dimenticare. Così come dimentichi la coppia di bimbi minkia che ti sono vicini e non sanno minimamente chi stanno ascoltando ma fanno foto e video in continuazione in modalità ossessivo compulsiva. Si continua, e pare quasi che qualche problemino con l’audio verso la fine venga risolto. Altri guest: stavolta arrivano gli Young Father che prestano la voce per uno dei brani presenti nell’ultimo EP e cantano “Voodoo in my blood”, potenti e massivi. Il gran finale è affidato ad “Unfinished Simpaty” e lo sai che con quella ti stanno salutando. Il concerto finisce sono contenta, come ho scritto prima è un evento ma. Ecco non avrei voluto questo ma. Ma, come promemoria appunto qui che non devo più andare a sentire musica in location non adatte acusticamente e quindi dovrei eliminare gran parte dei live in Italia, questa però è un’altra storia . C’è anche un altro Ma, hanno suonato tutto in modo impeccabile, ineccepibile però mancava qualcosa: il calore e la passione. Erano lì sul palco ad eseguire un compito, un lavoro senza troppo coinvolgimento, l’unico che ha dato l’anima e che ha ballato e cantato ed mi ha trasmesso grande energia è stato il “dub provider”: Horace Andy. Chapeau.

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1 commento

Peccato per l’audio del Fabrique, davvero! Devo dire che invece il Geox mi è parso ottimo da questo punto di vista. Il volume non era altissimo, ma il suono era cristallino e i toni bassi erano come dovevano essere: profondi, vibranti, centrali e puliti, dritti nella pancia. Ho apprezzato in particolare un momento in Inertia Creeps credo, quando hanno abbinato ad una nota particolarmente bassa, isolata e prolungata una luce calda e potente, di colore giallo, proveniente dal basso. Chissà se la stessa cosa è accaduta anche a Milano e se qualcuno l’ha notata.
Concordo con il fatto che il set mancasse, in qualche modo, di passione. Troppo perfetto, troppo pulito, troppo preciso… Sul palco erano in 9, ma non c’era nessun animale da palco. Ecco, se devo trovare un difetto è questo qui: è troppo composto, questo collettivo, sul palco. E menomale che non c’era Tricky, altro addormentatore di folle…
Però ragazzi che emozione, sono bravi e hanno un repertorio ormai impressionante! Hai la sensazione di essere in un luogo in cui si sta celebrando un pezzo di storia della musica.
Non ho visto alcun computer e ho apprezzato molto l’accoppiata delle due batterie, una elettronica da un lato e una acustica dall’altro.
Due note sulle foto che ho scattato: non so come mai mi hanno concesso di portare dentro il teatro la reflex, non me l’aspettavo, ero preparato al peggio ma è andata bene. Mi hanno perquisito all’ingresso, ho aperto lo zaino, hanno visto cosa c’era dentro e mi hanno fatto passare. I fotografi ufficiali erano relegati nella zona del mixer, 50 metri dietro il palco, e avevano l’autorizzazione a fotografare solo durante i primi tre pezzi. Io mi sono piazzato in quarta-quinta fila, in posizione centrale. Il mio problema è stato gestire la calca, gli smartphone costantemente dispiegati in alto davanti a me, i gomiti flottanti, l’ascella del vicino. Non sono riuscito a cambiare obiettivo quando volevo, era impossibile mettersi a fare manovre in mezzo alla calca. Ne è uscito un set pieno di primi piani e con poca visione di insieme. Sui canali ufficiali troverete tutte le immagini che qui mancano, ma credo di essere stato uno dei pochi ad essere riuscito a riprenderli così da vicino.

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